Alcuni si chiedono l’operatore olistico cosa fa. Di questo si parla estesamente, e anch’io nel mio sito ho una piccola sezione dedicata. Ma è altrettanto importante specificare cosa non fa.

In particolare va detto che, salvo casi eccezionali, nemmeno lui fa miracoli. Non cura con un tocco come Gesù. Non fornisce la soluzione immediata “alternativa”. Ho il sentore che, di questi tempi, si renda necessario essere un pochino perentori su questo: se ciò che dice il medico in merito ai tempi di cura non piace, l’operatore olistico potrebbe a volte piacere ancora meno. Ho iniziato a raccogliere, nella mia seppur breve attività, un discreto campione di faccine deluse riguardo al tema. Capisco bene, non è una critica perché non sono un pulpito da cui può partire una predica, anzi. Per dimostrare che è vero – sì, voleva essere una citazione di Elio e le Storie Tese, ndr – racconto in breve un’esperienza personale.

Soffrivo d’ansia, sfociata molti anni fa in attacchi di panico. Sono dovuta ricorrere a una terapia farmacologica, che dopo sei mesi ho interrotto senza prendermi la briga di consultare il medico. Sono quindi passata all’omeopatia, esattamente con lo stesso esito. Entrambi gli approcci hanno avuto i loro risultati, quindi che ho fatto? Non appena sono stata meglio ho abbandonato, e avanti per la mia strada. Gli attacchi d’ansia invalidanti erano un problema risolto. L’ansia, con gli altri suoi effetti collaterali sulla vita di tutti i giorni, me la sarei invece trascinata dietro per altri 15 anni, o quasi.

Al tempo non capivo che, proseguendo con un percorso guidato, avrei potuto liberarmi molto prima di uno stato d’animo limitante, che mi causava sofferenza. Da un lato, se ci penso, un po’ mi mangio le manine. Ma dall’altro, oggi so che anche questo non accade per caso. Il nostro processo avviene per gradi, e man mano che siamo pronti ad accogliere i cambiamenti necessari a un’autoguarigione completa e definitiva. Valutiamo il perché? Ecco alcune conclusioni – personali ma neanche tanto – sull’argomento.

Ci sentiamo costretti a essere performanti, e ci accontentiamo di tamponare i sintomi.

Ecco un paio di esempi. Facciamo una vita usurante, finché un’articolazione non dà segni di cedimento. Oppure teniamo duro, tirando avanti giorno dopo giorno senza accorgerci che ogni singolo muscolo del nostro corpo è in tensione, finché di punto in bianco la schiena si blocca. Per certi aspetti, può non essere diverso dall’iter di un disturbo nervoso come quello che descrivevo sopra.

Spesso facciamo i muli perché ci prende l’ansia al solo pensiero di dover staccare dal lavoro e dagli altri impegni quotidiani. Quando il corpo ci obbliga a fermarci, iniziamo a sbracciare un po’ come il naufrago caduto dalla barca, e cerchiamo il salvagente che ci possa tenere a galla. Ma non ci chiediamo come e perché siamo finiti in acqua. Crediamo di non poterci permettere di fermarci a pensare, ad esempio che forse è ora di prenderci più cura del nostro corpo. Piuttosto, vogliamo assolutamente trovare il medico, il farmaco miracoloso o perfino il “santone” che possa rimetterci in pista nel più breve tempo possibile. Ci facciamo operare, aggiustare, ma non aggiustiamo il nostro modo di affrontare il quotidiano. Di solito, purtroppo, il tampone dura finché non insorge un ulteriore problema, ad avvisarci che è dentro che dobbiamo cambiare qualcosa, non fuori.

E’ a questo punto che molti si rivolgono all’operatore olistico, chiedendogli cosa può fare. In altri casi, guardiamo alle discipline bio-naturali quando scopriamo che il nostro disturbo particolare è puramente psico-somatico, perché visite ed esami medici non rilevano alcun problema fisico conclamato su cui intervenire. Ma altrettanto spesso lo facciamo – come ho fatto io per i miei attacchi di panico – esattamente con la stessa speranza: che funzioni subito e ci rimetta in pista nel più breve tempo possibile. Purtroppo, nella maggior parte dei casi non funziona così. Anch’io ho provato varie discipline ovviamente e, soprattutto in passato, sono stata spesso tentata di dire perfino “Non ha funzionato”, se i risultati non erano immediatamente visibili. Ma solo perché coltivavo la falsa speranza dell’immediatezza.

Il corpo è spesso l’ultimo a riflettere i benefici di un percorso di autoguarigione.

Quindi l’operatore olistico cosa fa? Di qualunque disciplina si tratti, ha lo scopo di aiutare ad avvicinarsi – per quanto possibile – alla fonte di un qualsiasi stato di disagio. Cercherà di equilibrare l’energia della persona, di aiutarla a centrarsi, di modo che le risultino visibili delle nuove direzioni. Potrà aiutare a divenire consapevoli di ciò che ci fa più soffrire e a cercare nuove soluzioni, ad esempio. Oppure, potrà far maturare il bisogno di prendersi maggior cura di sé, di rivedere un po’ le proprie priorità. In altri casi potrà semplicemente aiutare a vedere cose e situazioni da un diverso punto di vista, che le rendano sostenibili… Dipende, da caso a caso. Sarà possibile lenire dei sintomi, e magari concedere uno spazio più lucido, meno condizionato dalla sofferenza, per riflettere su ciò che possiamo fare in concreto per vivere meglio.

Ma se non abbiamo dentro il desiderio di cambiare davvero qualcosa, anche solo una piccola cosa, il processo di autoguarigione non si innescherà completamente. E quando si innescherà, va ribadito che il corpo è lento… più della mente, e sicuramente più dell’anima, o della nostra interiorità, se preferiamo. Ci segue nelle nostre piccole e grandi trasformazioni interiori, ma con i suoi tempi, e ha bisogno di una medicina che solo noi possiamo dargli e che si chiama pazienza.

Con tutto ciò, anche a me è capitato di aiutare a risolvere completamente dei disturbi cronici che duravano da anni. Magari in non più di tre, quattro sedute. Niente è impossibile. Ma cosa fa davvero la differenza anche sui tempi di reazione, per quanto ho osservato ma anche secondo la PNEI? E’ la consapevolezza, maturata o da maturare, di come siamo caduti in acqua dalla nostra metaforica barca. Forse molto più che la forma o la dimensione del salvagente.

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